Il vaso di Pandora, pt 1.

Ciao, sono C. e da 2 anni convivo con il “vaso di Pandora” della mia mente scoperchiato.

Pandora_by_Arthur_Rackham

Vorrei poter dire come sono finita in questa situazione, ma la verità è che non ne ho idea. Ho cercato e cerco tutt’ora incessantemente di capire perché sia dovuto succedere a me, se avrei potuto evitarlo con un minimo di coscienza in più, se devo cercare un colpevole o incolpare me stessa per essermi distratta troppo. Sto gestendo una pagina che vuole fare informazione, eppure anche io ho ancora tantissime cose da capire ed imparare.

Sono sempre stata una persona molto ansiosa e paranoica e ho sempre avuto intorno soggetti crudeli nei miei confronti, anche membri della mia stessa famiglia. Mai e poi mai avrei pensato che prima o poi sarei andata in tilt, che non avrei più saputo gestire i pensieri e le sensazioni fisiche, perché quelle sono il vero tormento.

Per un anno le mie giornate sono state queste: Sbandamenti, capogiri, nausee, mal di testa, panico, terrore, angoscia, cosa mi succede? Sto male? Sto morendo? Sto forse diventando matta? Si, dev’essere così. Per un certo periodo ho faticato a mangiare, ad uscire, a lavarmi. Stavo perdendo ciò che rende un essere umano tale. Non sentivo nulla, ma allo stesso tempo sentivo fin troppo. Volevo compagnia, ma non volevo parlare con nessuno. Gridavo addosso alle persone e piangevo poco dopo per i sensi di colpa. Ho smesso di studiare, perché studiare significa stare seduti ad una scrivania, leggere, memorizzare, concentrarsi. Ma chi ci riusciva? Volevo cercare lavoro ma al tempo stesso non volevo, perché trovare lavoro significa alzarsi dal letto, lavarsi, vestirsi, uscire, sforzarsi di muoversi, stancarsi. Io ero giusto capace di alzarmi dal letto per andarmi a sedere sul divano, per cui non se ne parlava.

Ero sola nel mio soffrire, non perché non avessi nessuno con cui confidarmi, ma perché erano tutti spiazzati quanto me, con l’unica differenza che non vivendo in prima persona il mio malessere potevano continuare a vivere. Il mio unico obiettivo era aprire il pc e cercare informazioni, autoanalizzare tutti i sintomi, tutta la mia vita dai primi ricordi a quel momento e trovare una soluzione che non arrivava. Avevo imparato moltissime nozioni, ma non come “guarire” stando comodamente seduta in casa e senza l’aiuto concreto di qualcuno.

 

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Hysteria

La lingua moderna confina il significato della parola “Isteria” ad una sola parte del suo senso originario. Di fatto l’isteria possiede un’etimologia di radici antiche, legata alla parola greca ὑστέρα (hystera), utero.

I primi riscontri vengono tuttavia tracciati in alcuni papiri di scienza medica egizia, dove veniva già indicato un disordine insito nell’apparato genitale femminile che causava scompensi, malumore e malessere. Si credeva allora che la causa principale dei sintomi fosse lo spostamento uterino nel corpo ed andava curato con unguenti, insufflazioni e rituali dedicati al dio Thot, protettore della medicina e della saggezza.

La medicina greca attribuiva all’isteria anche fasi di mutismo, irregolarità respiratorie (ciò che in epoca moderna viene più comunemente definito attacco di panico) e crisi epilettiche. Oltre a continuare ad attribuire la natura del disturbo alla posizione errata dell’utero, Ippocrate, nei suoi scritti, affermava che l’astinenza sessuale fosse una delle cause scatenati del disordine, facendo anche distinzione tra i casi di donne vergini, in fase adolescenziale, sposate e vedove, concludendo infine che il metodo di guarigione migliore fosse il matrimonio.

Al contrario dei colleghi del tempo, tuttavia, Ippocrate differenziò i suoi studi con pratiche mediche e non rituali votivi, segnando così la prima scissione fondamentale nella storia della medicina tra scienza e superstizione.

Gli studi greci sul disturbo vennero ripresi dai romani, aggiungendo la distinzione tra malattia cronica ed acuta. Galeno, noto teorico e medico, rifiutò la teoria dell’utero in movimento, basando i suoi studi sulla ritenzione del seme e del sangue all’interno dell’apparato femminile e teorizzando anche che potesse avere riscontro anche nella controparte maschile.

La religione cristiana medioevale impose i suoi rigidi precetti sul disturbo, attribuendogli una radice demoniaca in quanto segno di impurità della donna. Sant’Agostino in particolare, elaborò degli esorcismi da eseguire sulle donne affette da isteria. La figura della donna isterica, già di per sé macchiata dell’onta di essere responsabile del peccato originale, venne stigmatizzata, perseguitata come strega e sottoposta a esecuzioni sommarie. Durante alcuni processi venivano addirittura effettuate delle prove di sensibilità in diverse aree del corpo, qualora la condannata non avesse reagito (la mancanza di sensazioni cutanee è uno dei disturbi che fanno parte dell’isteria) sarebbe stata giudicata colpevole di stregoneria e messa al rogo.

Si dovrà aspettare sino agli inizi del Settecento per uscire dal limbo del pensiero scientifico in merito all’isteria. Robert Whytt, studioso di neurologia, introdusse l’isteria nell’albo delle malattie neurologiche.

La rivoluzione nel trattamento dell’isteria avvenne a fine Ottocento, quando le donne isteriche, a cui ogni medico e studioso oramai attribuiva un sintomo differente, dal “fervente appetito sessuale” alla “pericolosa intellettualità”, potevano subire due tipi di trattamento: il primo consisteva in docce “massaggianti” con pompe antincendio direttamente sulla zona pelvica, il secondo in massaggi stimolanti detti “parossismi” che altro non erano se non orgasmi, denominati come parossismi isterici, indotti dal medico.

I medici condussero vari studi nel tentativo di velocizzare il processo di induzione e raggiungimento del parossismo, ma il dottor Mortimer Granville ebbe la meglio sui risultati di tutti i suoi colleghi del tempo, inventando il primo vibratore elettrico a batteria (sulla sua storia vi consigliamo di guardare il film Hysteria)

La rivoluzione fu cruciale, con il passare del tempo la tecnologia si evolvette con le batterie portatili e molte donne poterono acquistare il prodotto.

Contro il vibratore per la cura dell’isteria si scaglieranno Freud, screditando la masturbazione nella sua psicanalisi e, quasi contemporaneamente, i benpensanti borghesi che, con l’avvento delle prime pellicole erotiche, condanneranno la pratica della masturbazione come rimedio per questo disturbo dagli infiniti sintomi e lo renderanno argomento Tabù.

L’American Psychiatric Association toglierà in maniera definitiva la parola “Isteria” dall’albo delle malattie mentali nel 1952, condannandolo definitivamente come un mito dalla storia lunga, difficile, a tratti violenta e oscura, ma un simbolo per l’emancipazione femminile.

Un vibrante aiuto

Le campane tibetane sono strumenti antichi risalenti a circa 3000 anni fa, sacri ad una religione asiatica pre-buddista conosciuta come Bon. Era un culto di tipo animista, il cui rito principale era intonare veri e propri “inni alla Divinità” con le campane, i gong ed una particolare tipologia di cimbali chiamati Ting Sha.

Oltre ad essere il mezzo tramite il quale i fedeli si avvicinavano alla Divinità, alle campane era attribuito un enorme potere curativo, in grado di ristabilire l’equilibrio interiore attraverso la vibrazione.

La lega di questo particolare strumento era anticamente creata con sette tipi di metalli diversi, a simbolo dei sette pianeti conosciuti. Purtroppo, la tecnica ed i materiali con cui le campane venivano forgiate è andata perduta con le persecuzioni del regime cinese ai danni del Tibet.

Una ricerca portata avanti da un’università canadese ha tentato di riprodurre la tecnica antica per studiare gli effetti della vibrazione sul corpo umano, tuttavia, sebbene siano andati molto vicino a realizzare un prototipo molto somigliante, la ricerca non è andata a buon fine e, ad oggi, le ultime campane di forgiatura antica sono rare e di valore inestimabile.

Oggi vengono prodotte con solo cinque leghe e, di fatto, hanno una resistenza alla vibrazione minore ed un suono molto meno profondo.

Lo strumento produce un suono caratteristico che varia in base alla proporzione dei componenti della lega, dalla forma e dallo spessore, viene provocato da un batacchio di legno con il quale si possono esercitare dei rintocchi o una vibrazione sonora continua facendolo girare lungo il bordo della campana. Il suono emesso ha due tonalità che, secondo la cultura tibetana, riproducono il suono dell’OM, il vagito primordiale dell’universo secondo la cultura buddhista.

Secondo la medicina tradizionale, ogni malattia nasce da una disarmonia fra il corpo e lo spirito, ad esempio con traumi fisici e/o morali che rompono l’equilibrio psico-fisico. Se le frequenze delle vibrazioni si distorcono in alcune regioni corporee a causa di disturbi psico-fisici, si determinano degli accumuli e “blocchi energetici”.

Le campane, in questo caso, possono riportare in armonia l’organismo, riequilibrando i Chakra corrispondenti. I Chakra sono, secondo la filosofia orientale, centri di energia situati in determinate aree del corpo. Sarebbe fondamentale che fossero sempre allineati per raggiungere un equilibrio psico-fisico ideale.

Il procedimento per la cura attraverso il suono delle campane (suonoterapia) può avvenire in tre modi:

  • tramite un massaggio a 360 gradi, dove il massaggiatore tiene la campana sul palmo della mano e ruota intorno al corpo, propagando il suono senza mai avere contatto diretto col corpo.
  • a diretto contatto con i Chakra, dove il massaggiatore posiziona e suona la campana in corrispondenza di uno dei sette punti Chakra.
  • tenendo la campana sulla punta delle dita in fase meditativa singola (healing meditation)

Sicuramente interessante è verificare come le campane abbiano una frequenza media che varia dagli 8 ai 12 Hz, simile dunque alle frequenze Alfa cerebrali, le onde prodotte dal nostro cervello in stato di calma e meditazione. Per questo motivo il corpo umano reagisce positivamente all’accostamento di tali frequenze a sé e permette il rilassamento.

La suonoterapia interviene sui Chakra e ne favorisce l’allineamento, ma non solo: molti profani ne beneficiano per curare insonnia e stress, migliorare la respirazione e concentrarsi al meglio sui compiti della giornata. Alcune testimonianze addirittura attribuiscono a questa nobile ed antichissima disciplina effetti curativi miracolosi su disturbi come Disturbo da Deficit di Attenzione ed attacchi di panico.

Un aiuto direttamente dall’Universo, per chiunque voglia crederci.

Convivere col panico.

Il mio primo attacco di panico l’h avuto 4 anni fa, avevo solo 14 anni, ero in vacanza con i miei e per un semplice giramento di testa ho iniziato ad avvertire tutti i sintomi del mondo, sintomi di un infarto. Ho trascorso poi i successivi sei mesi sempre con il respiro corto, andavo da cardiologi in cardiologi ovviamente senza nessun riscontro.Un po’ per forza di volontà, un po’ per essermi arresa, i sintomi sono andati via.

Ad agosto 2016 tutto ha di nuovo inizio, questa volta in modo diverso. Testa strana, problemi visivi, sensazione di costrizione dietro alla nuca, mal di testa forte. Sono stata ben 4 volte al pronto soccorso e alla fine mi hanno ricoverata per tutti degli accertamenti, anche qui negativi. Questa volta però la situazione era degenerata: non uscivo più, non riuscivo a concentrarmi, avevo paura di allontanarmi di casa, stavo male ogni giorno per sintomi stranissimi che non andavano mai via, solo quando dormivo.

Sotto la supervisione della mia neurologa e della psicologa così ho iniziato a prendere Zoloft. Mi ha aiutata a superare determinati sintomi, anche se molti erano sempre presenti, ma decisamente più sopportabili. Dopo otto mesi di cura e dopo un’estate passata (quasi) in forma ho deciso di scalare e poi di smettere ad ottobre, il 18 ottobre. Sinceramente da quel giorno molti sintomi sono tornati, così come è tornata l’ansia, così le paure. Ora che ho 18 anni ho deciso di non dar troppo peso ai sintomi (non ci riesco sempre), e cerco di andare avanti, anche se è difficile.

A volte guardo le altre persone, le vedo così serene e le “invidio”perché questa brutta bestia mi sta portando via gli anni più belli, e a volte non riesco a crederci. Non credo che il cervello possa provocare tutto ciò e allora che faccio? Mi rifugio nella paura di avere qualcosa, qualcosa che i medici non hanno mai potuto capire.

Ora, a gennaio ho una grande prova da superare: andrò per 8 giorni in Polonia, per la prima volta da sola, con tutti i sintomi addosso…ce la farò?

Lo Yoga Della Risata: metodo alternativo per stare bene

Lo Yoga della risata è una combinazione di movimenti tratti dalla pratica del Pranayama, comune nello Yoga “puro”, e risata indotta.

Introdotta per la prima volta nel 1995 dal Dottor Madan Kataria a Mumbai, all’inizio contava poco più di cinque persone praticanti. Si cominciava raccontandosi aneddoti divertenti e barzellette, ma sul lungo periodo e con l’aumentare progressivo dei partecipanti risultava difficoltoso mantenere la concentrazione a lungo sulla risata senza motivo senza piombare nel silenzio. Il Dott. Kataria introdusse allora quelle che poi sarebbero diventate le basi della disciplina, ovvero la respirazione Pranayama e gli esercizi motori per agevolare la risata indotta.

Negli anni immediatamente successivi la disciplina si allarga e si sviluppa ben oltre i confini orientali: si indicono conferenze ed incontri per far conoscere i benefici dello Yoga della Risata in tutto il mondo ed il Dottor Kataria diventa un’icona di spicco della comunità. Attualmente sono migliaia gli iscritti ai Club della Risata, diffusi in 65 paesi e negli anni ha subito variazioni ed approfondimenti, dalla tipologia degli esercizi proposti al metodo per ottenere una risata più o meno fragorosa.

La filosofia dietro questa pratica si cela dietro le parole dello stesso Dott. Kataria, il quale afferma: “ridere non conosce confini, non fa distinzioni di razza, credo religioso o colore ed è un Linguaggio Universale che può unificare il mondo”. Egli ha anche istituito la Giornata Mondiale della Risata, celebrata ogni prima domenica di maggio.

La pratica in sé di solito si svolge in gruppo, in luoghi chiamati “Club della Risata”, e si compone di vari esercizi riassumibili in quattro fasi:

  1. Battere le mani a ritmo unendo il Mantra “HO HO HAHAHA” e muovendosi nello spazio, mantenendo il contatto visivo diretto dei propri compagni.
  2. Respirare seguendo le istruzioni del coach.
  3. Questa fase è soprannominata “la gioia dei bambini”. Prevede la disposizione in cerchio dei partecipanti e la pronuncia del motto “molto bene, molto bene, YE”.
  4. L’ultima fase è la risata vera e propria, ottenibile attraverso vari esercizi a discrezione del coach. Al fine di ottenere i massimi benefici della risata, bisognerebbe prolungare la pratica per almeno 10-15 minuti concentrandosi nella sezione diaframmatica ed alto volume.

La risata induce il corpo a produrre endorfine, “l’ormone della felicità”, e stimola il sistema cardiocircolatorio come se si facessero 30 minuti esercizi in modalità “cardio”, inoltre stimola il sistema immunitario e le funzioni cerebrali.

Sul sito ufficiale italiano, www.yogadellarisata.it , asseriscono anche a benefici molto più ampi che sfociano nel campo medico in profondità. Ai lettori l’ardua sentenza.

La Coach n.1 della disciplina in Italia, Laura Toffolo, dopo una Laurea in Scienze Statistiche e Attuariali e 24 anni di vita in azienda, ha deciso di seguire il suo sogno, diventando leader della comunità in poco tempo. Ha compreso l’utilità della disciplina specialmente in ambito aziendale, collaborando con alcune importanti realtà lavorative italiane quali Unilever e Ferrari, le quali si sono affidate a lei per migliorare la comunicazione interna e distendere il rapporto tra dipendente e datore di lavoro attraverso il gioco e la risata.

Sebbene questa pratica possa suscitare una ragionevole dose di scetticismo, sono in molti a trarne beneficio, dai più grandi ai più piccoli. Molti colpiti da ansia, disturbi da stress e depressione ritrovano nello YDR  e nei Club della Risata uno spazio sicuro per ritrovarsi ed allontanarsi dai propri demoni, ricollegarsi a sé stessi e trovare un po’ di pace.

E il sole non ha mosso un dito.

Mamma se n’è andata in una giornata di sole e il sole non ha mosso un dito, non ha fatto nulla. Sono scesa di corsa in strada, scalza e in lacrime e in strada c’erano solo bici lontane, dell’ambulanza neanche l’ombra. Sono salita da mia madre dopo che di corsa mio zio mi ha detto di non farmi vedere così da lei. Ma mia madre già non mi vedeva più.

L’avevano messa sdraiata di lato sul letto, tirata su in 3, prima gli occhi aperti fissi al soffitto e quel rumore tremendo di acqua in gola. Ora gli occhi chiusi e le parole che uscivano a fatica, l’unica cosa che riuscivamo a capire era “non respiro, fa male”. L’unica cosa che le ho detto è stata: “mamma devi stare girata! Adesso arrivano i medici” E sono arrivati, dal pronto soccorso, ma non hanno fatto nulla. Tutto troppo freddo, urlava di dolore. L’hanno portata in ospedale. Arrivati lì urla e urla di dolore dalla stanza, non abbiamo potuto stringerle la mano finché non è stato troppo tardi, attaccata a un respiratore, lo sguardo fisso al soffitto e quel rumore di acqua in gola che non scorderò mai. Non poteva vedere. Tutti dicevano che poteva sentire, che era importante che stessimo lì con lei, cercavo di non lasciarle la mano ma ogni tanto il dolore era troppo forte e dovevo fuggire.

Tre ore dopo non la macchina ha smesso di pulsare definitivamente, ma in quelle tre ore solo un’infermiera delle tante è stata umana. Solo una. Dottori e infermieri entravano dicendo con un sorriso “guardate il lato positivo, è entrata urlando e almeno adesso non soffre più”. Ma quale lato positivo può esserci in tutto ciò? In una vita vissuta tra casa e ospedali, tra chemio e pastiglie per 11 anni per poi finire appena terminano le cure disponibili, quasi di punto in bianco. Deve succedere, ci hanno detto, qualche settimana, un mese. E invece sono stati 6 giorni. E ora sono passati dei mesi, ma sembra un’eternità. Nulla è più come prima.

Mi manca tutto, persino le urla. Mi manca il non andare d’accordo gran parte del tempo ma poterle raccontare le giornate, il lavoro, quanto mi fanno arrabbiare i professori. La cosa che più mi fa male di ogni avvenimento e che non lo saprà mai. Mi laureerò e lei non sarà lì. Succederanno mille e più cose e non le saprà mai. Non potrà essere fiera di me, non potrà arrabbiarsi, non potrà esserne felice.

Vorrei pensare che mi guardi dall’alto, ma non ci credo. Che sia in un posto migliore, ma non ci credo. La vita esiste solo qui e puoi solo sperare di poterla vivere bene fino all’ultimo. Ma chi resta? Chi resta come continua a vivere? È una vita diversa, triste e piena d’ansia. Mille le cose che succedono già in 4 mesi, ma ti chiedi se vuoi essere felice, se ne hai il diritto. Perché in fondo sono solo quattro mesi, come puoi ridere pensando a chi non lo può più fare? L’unico momento e luogo in cui sto davvero bene è l’abbraccio del mio ragazzo. Il faro nel buio.

A volte mi sembra di cadere, che questi mesi siano in picchiata e che si debba cadere ancora prima di risalire. Sono grata a quell’infermiera per avermi consigliato di cercare l’aiuto di una professionista. Penso di essere arrivata da lei prima di averne avuto davvero bisogno, ma è stato il momento migliore, perché adesso so che con qualcuno posso parlare e so che è normale che tutto il mondo sia diventato così. Perché al mondo basta dire: “lascia a casa l’ansia, non essere triste, a che ti serve?” perché questo succeda, ma non è così. Perché il mondo ti chiede come stai, ma non è davvero interessato a sapere la risposta.

Perché ci sei tu con il tuo dolore e basta e hai paura che chi inizi a capire venga poi trascinato giù con te e tutte le cose che non riesci a fare e la rabbia che hai dentro e la stanchezza.

Da quando non c’è.

 

Da quando è morta se ne è andato quasi tutto con lei.

Passo gran parte delle giornate a chiedermi: “cosa fai? Quando decidi di fare qualcosa? Perché non stai facendo niente?”.

La risposta che mi do’ quasi sempre è: “perché non ha senso”.

Credo di essermi ammalata, ma è un altro tipo di malattia, qualcosa che volendo si può curare, ma non so come: l’inerzia.

Sono schiava dell’attesa, del momento giusto per compiere qualsiasi tipo di azione, ma finisco quasi sempre a non combinare niente ed andare avanti a tentoni, come i ciechi.

Non riesco più a piangere, nemmeno da sola. Mi dico sempre che non è un buon momento per piangere e va a finire che gli impegni della giornata mi portano altrove con la mente.

La gente non capisce, o meglio, capisce a metà: da una parte mi vedono come la persona di sempre, socievole, ma dall’altra notano che c’è qualcosa di diverso, una crepa. È come uno specchio scheggiato, la parte rovinata non sembra fare molta differenza, ti ci puoi guardare senza difficoltà, ma non puoi fare a meno di notare  che è lì, fino a che non ti stufi di vedere quella crepa sempre lì e decidi di non usarlo più, o addirittura di buttarlo.

È un ciclone che non smette mai di perdere potenza, ed io sono sballottata in mezzo ai mille “devo” della mia vita. Devo tante cose, a tante persone, in tanti momenti diversi, è un ronzio che se ne va a spasso per la mia testa, che mi ricorda costantemente cosa ho visto, cos’ho passato, cosa devo fare, come quei film psichedelici dove compaiono immagini a caso per dare il senso di completo smarrimento visivo e mentale.

È un VHS con tanti spezzoni registrati sopra: rumore bianco, ricordo/immagine, terrore, avanti veloce.

Rumore bianco, lei sul letto attaccata ad un respiratore, terrore, avanti veloce.

Rumore bianco, quella chiamata, non c’è più, terrore, avanti veloce.

Rumore bianco, lei nella bara, terrore, avanti veloce.

Rumore bianco, lavare e stirare le sue cose per poi metterle nel suo armadio e non vedergliele mai più indossare, terrore, avanti veloce.

Puro terrore.

Eppure vado avanti, com’è che vado avanti? Come mando giù il groppone senza vomitare? Eppure lo faccio, non so se sia un bene o meno. Non credo lo sia.

Ho cominciato il percorso da uno psicologo, funziona a metà.

Ho tentato di spiegare a coloro che mi vogliono bene che non posso farci niente, non ho voglia di uscire nemmeno coi miei amici, quelli di una vita, non vorrei fare niente se non chiudermi in una stanza e cominciare a scrivere, ma non credo sia giusto nei confronti di nessuno.

Gli amici non si abbandonano, ma io non sento la necessità di comunicare, sebbene io continui a voler loro bene. Molti lo hanno capito, mi lasciano il tempo necessario, comprendono la mia necessità e cercano di esserci quando è possibile, altri hanno preferito lasciar perdere. Non li biasimo in fin dei conti, non è una situazione facile.

L’unica consolazione che ho è la mia musica, frutto dell’unica volta in cui non ho voluto reggere un compromesso. L’altra mia consolazione è un uomo che non mi lascia mai sola, temo sempre di poterlo ferire o di comportarmi troppo male con lui.

Sono passati molti mesi da quando è successo, sono solo diventata più brava a mascherarlo, ma è una ferita che gronda e brucia ancora.

Vorrei solo riuscire a non ascoltare le urla nella mia mente, ma sento che passerà ancora del tempo prima che questo accada, fino ad allora scenderò a compromessi con tutto.