La Paranoia di un Paranoico.

“Per paranoia si intende una psicosi caratterizzata da un delirio cronico, basato su un sistema di convinzioni, principalmente a tema persecutorio, non corrispondenti alla realtà. Questo sistema di convinzioni si manifesta sovente nel contesto di capacità cognitive e razionali altrimenti integre. La paranoia non è un disturbo d’ansia, bensì una psicosi. Si tratta in sostanza, non di una sensazione di ansia o di paura, ma di disturbi di pensiero (giudizio distorto, sbagliato) di cui il paziente non ha coscienza.”

 

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Giudizio distorto.

Giudizio sbagliato.

Ci sarebbero centinaia di esempi per convincervi che ho grosso problema con la paranoia, ma credo che sia più d’impatto elencare il tipo di pensieri “distorti e sbagliati” che faccio quando ho una “crisi”. Parlo di crisi perché non sono sempre così, o meglio, ci sono delle volte in cui la paranoia diventa tale da non lasciarmi vivere, ma poi scende e torna nell’angolino. Sedetevi, prendete fiato, buona lettura.
Le persone che sparlano di me fanno bene, ho sicuramente dato loro modo di farlo. Io però sto male, non voglio, voglio piacere a tutti, perché non piaccio a tutti? Come si fa? So che lei ha tante persone in torno perché fa la scema con gli uomini, agli uomini piacciono le ragazze che fanno le oche con loro, dai ci provo anche io. Non ha funzionato, sono risultata ridicola, adesso mi prenderanno ancora di più in giro, esattamente com’è successo a lezione di ginnastica quando avevo 11 anni. Non tornerò più in questo posto, così si dimenticheranno di me e non mi prenderanno in giro. Lei ha esattamente 20 likes in più di me, chissà come mai, cos’ha la sua foto che non ha la mia? Ah ecco, i capelli, sono sicuramente sicuramete i capelli. Guarda che bei boccoli che ha, li voglio anche io, ma i miei capelli sono crespi e mossi, come faccio ad averli così? Non posso. Ecco, lo sapevo. Però alt, quest’altra ragazza ha i capelli lisci, potrei provare a lisciarli anche io. Ma no, non stanno lisci i miei capelli, non sono morbidi come i suoi. L’ultima volta che ho litigato con il mio ex mi ha lasciata, io avevo sbagliato, però forse non lo meritavo. Stiamo litigando, adesso mi lascia anche lui, me lo sento, se ne vanno tutti, ho qualcosa che non va ma non mi merito di essere lasciata. Secondo me mia madre non mi vuole bene, io lo so che voleva che fossi diversa, probabilmente se dovessi morire lei non sentirebbe la mia mancanza. Ma se lei morisse io come reagirei? Ma io le voglio bene? Ma io amo il mio ragazzo? Come faccio a capire se lo amo o no? Se smetto di sentire le farfalle nello stomaco vuol dire che non lo amo? Che amica sono, sono tanto aggressiva a volte, probabilmente non sono una buona amica, non so, chissà come mai piaccio alle mie amiche, non ne hanno motivo. No, devo svegliarmi, devo riprendermi, non si può vivere così. Ma come si fa? Come fanno gli altri? Perché no sono come gli altri? Devo isolarmi. Devo capire. Voglio smetterla.

Grazie per l’attenzione.

 

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Volevo solo essere come le altre

Da piccola avevo una parente che lavorava nell’ambito della fotografia. Credo di essere stata la bambina più immortalata su pellicola del mondo: ero abituata a farmi fotografare, e sinceramente mi piaceva anche. Mi piaceva la mia immagine quando sfogliavo gli album sviluppati, mi divertivo a posare, anche se a volte ricevevo critiche un po’ inadatte (in fondo non ero una modella).
All elementari non mi sono mai preoccupata del mio aspetto, anche se non ho mai avuto un “fidanzatino” come le mie compagne, non ricevevo bigliettini e venivo molto più apprezzata dagli adulti per la mia passione per la lettura e la scrittura e il mio modo di esprimermi più “adulto” degli altri bambini, e a me andava bene così. Inventavo storie, poesie, personaggi. Volevo fare la scrittrice, o la regista, o la giornalista, il futuro lo vedevo come un grande, nuovo, bellissimo libro da sfogliare, e non vedevo l’ora di scoprirlo.

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Alle medie ero brava. Le insegnanti mi apprezzavano ancora, anche se cominciavo a sentirmi etichettare, per la prima volta, con l’aggettivo “distratta”, che mi avrebbe accompagnata per tutto il resto del mio percorso scolastico.
Verso i dodici anni cominciai a provare curiosità per i maschietti, e osservavo con un misto di ammirazione e invidia le amichette e le compagne che suscitavano interesse nei ragazzini. Cominciavo anche a chiedermi perché io non avessi, chiamiamolo così, il loro stesso “successo”. Ero la più piccola di statura, la più magrolina, non avevo ombra delle forme femminili che cominciavano ad apparire nei corpi delle mie coetanee, portavo gli occhiali ed ero considerata un po’ “strana” per le mie passioni, anche le mie amiche non mancavano di farmelo notare. Cominciai in quel periodo a fantasticare sempre di più su quello che per me era l’amore, che diventava un desiderio doloroso, frustrato: in realtà ora capisco che quello che volevo non era ancora chiaro nella mia mente, ero troppo immatura per poter sostenere un rapporto “a due”, volevo solo essere apprezzata allo stesso modo delle altre ragazze.
La mia anima stava entrando nell’adolescenza, e il mio corpo semplicemente non la seguiva, viaggiavano su due binari diversi, e questo probabilmente causò in me una prima rottura interiore.

Alla fine del primo anno di liceo mi innamorai. O almeno, scoprii cosa significa voler bene a qualcuno ed essere ricambiati. Lui aveva qualche anno più di me. Fu la prima volta per tutto. Durò un anno, finì.

Da lì in avanti non so ancora bene dire cosa sia successo. Di sicuro si concluse per sempre il mio periodo “dorato” per quanto riguardava la scuola. Non volevo più studiare, mi piaceva sempre leggere ma i miei interessi, come quelli di tutti gli adolescenti, erano rivolti alle uscite, agli amici, alla compagnia. I miei genitori mi guardavano con sospetto, ho un padre severo e non avevo le stesse libertà delle mie amiche. Me le presi lo stesso. Cominciai a mentire, a scappare di nascosto. Volevo fare tutto quello che desideravo, esistevo solo io, ero egocentrica come ogni quindicenne. Però. Però qualcosa che non andava c’era. Mi piacevano i ragazzi, ma il mio interesse nei loro confronti non era, come per la maggior parte delle mie amiche, quello di una cotta, del fantasticare su una persona, del voler condividere un pomeriggio, un’uscita, due chiacchiere. Io non volevo condividere. Volevo disperatamente dimostrare di essere apprezzata, di essere considerata “desiderabile”. Le altre ragazze venivano goffamente corteggiate dai maschi, che le cercavano, si dichiaravano, come si diceva, “ci provavano”. Io li andavo a cercare. Ero ancora una bambina, in realtà non sapevo niente di niente di sentimenti. Volevo solo la conferma di essere “femmina” come le altre. Il mio aspetto cominciava a cambiare, e anche se avevo tanto desiderato questo cambiamento, per la prima volta non mi piaceva quello che vedevo allo specchio. Ero ingrassata, il mio viso era diventato paffuto, la mia pelle non era liscia e perfetta come quella delle ragazze che vedevo sui giornali e su internet. Se un ragazzo mi parlava io cercavo subito di “conquistarlo”, anche se non mi interessava realmente: un bacio, un abbraccio, una carezza, erano un balsamo sulle ferite che sentivo dentro. Mi sentivo la più brutta, la più stupida, la meno interessante ragazza dell’universo. I ragazzi mi davano retta perché capivano che io “ci stavo”, e io facevo finta di non capire, perché avevo bisogno di quell’attenzione. Non ero più la bambina intelligente, la ragazzina che guardava la vita con occhi pieni di curiosità. Mi ero spenta. Continuò così per tutta la scuola, purtroppo. E purtroppo non presi davvero coscienza di ciò che stava accadendo fino a che non mi ritrovai sola. Non solo continuavo a non amarmi, a non conoscermi, ma ormai su di me pendeva la condanna di “facile”, anche le amiche mi avevano un po’ accantonata, non le divertivo più come prima, avevo stancato anche loro quando si erano accorte che la protagonista dello show cominciava a rendersi conto della situazione in cui era scivolata e a soffrire.

Un ragazzo mi disse che mi avrebbe “salvata”. Durò qualche anno. Per me non fu quello che aveva promesso. Nella mia mente non avevo nessuno a parte lui, ero terrorizzata dal fatto che potesse lasciarmi sola, e per tenerlo con me dovetti sottostare a quelle che erano le sue “regole”. Per lui ero uno straccio sporco da ripulire, e più cercavo di essere perfetta ai suoi occhi più lui mi ricordava quanto dipendesse da lui la mia “redenzione” e che senza di lui ero niente, sarei tornata la nullità che ero prima. Non voglio ricordare le cose che ho sopportato per stare con lui, fanno troppo male. Fatto sta che un giorno, non so come, non so con che forza, l’ho lasciato io. Quegli anni però mi avevano lasciata distrutta dentro. Non avevo ancora capito chi ero e cosa volevo, e anche se esteriormente ero finalmente diventata una ragazza carina, dovevo far fronte al cumulo di macerie che mi portavo dentro. L’università andava avanti a rilento, anche se con un rendimento inaspettatamente alto. Cominciai a rifugiarmi nel fumo. Fumavo anche cinque, sei canne di hashish al giorno, fumavo e dormivo, non volevo affrontare la realtà. Ricominciai a uscire con i ragazzi, ormai non mi importava nemmeno più di essere apprezzata, volevo solo compagnia per non rimanere sola con i miei demoni, per colmare il Vuoto che avevo dentro. Questa sorta di bulimia affettiva si accompagnava bene con una nuova scoperta. Imparai a controllare il mio peso, l’unica cosa su cui riuscivo a imporre la mia volontà. Arrivai a pesare 39 chili, 38. Guardavo le altre ragazze, volevo essere come loro. Chiunque, ma non me. Facevo soffrire chiunque mi volesse bene, distruggevo qualsiasi cosa toccassi. Mi sentivo addosso una maledizione. Non volevo dimagrire per essere più bella, al contrario: volevo che tutti vedessero la mia sofferenza, che mi si leggesse in faccia, sul corpo. Che tutti i ragazzi con cui ero stata si sentissero in colpa per aver contribuito a quella che pensavo fosse la distruzione della mia immagine, che i miei genitori si preoccupassero per la mia vita, non solo per il mio rendimento accademico, che il mio dolore fosse così esplicito nelle mie ossa sporgenti che tutti capissero, che finalmente MI capissero.

La solitudine fu una cura. Rimanere sola con me stessa fu enormemente pesante ma parlai molto con la bambina che viveva ancora dentro di me. Era lì, nascosta e maltrattata, ma non morta. Lottava disperatamente per essere ascoltata. Sperimentai di nuovo la Noia che si prova nella prima adolescenza, quella che ti fa scavare dentro per cercare qualcosa a cui aggrapparsi per sentirsi vivi. Ricordo pomeriggi interminabili a guardare fuori dalla finestra e aspettare la sera, per aspettare la notte, per aspettare il giorno. Non lo sapevo ma stavo scoprendo la meditazione. Il silenzio e la concentrazione lasciavano fluire lontano i pensieri negativi. Scoprii poco per volta che non era così terribile rimanere sola con me. Che avevo qualcosa che poteva essere apprezzato, nell’anima, sopratutto da me stessa. Che si può mentire a tutti ma non alla propria voce interiore. Cominciai a capire che dovevo allontanarmi da certe situazioni, certe persone, certi luoghi. Che tendo alle dipendenze, che siano affettive, dalle sostanze, dall’autolesionismo. Che tendo ad essere estrema in tutto, che devo mettere un freno dove rischio di farmi male e invece spingere al massimo in direzioni costruttive. Che ho bisogno di un obiettivo, senza un obiettivo si rimane in un limbo. Che ho bisogno di dare amore, che nel mio animo vive una figlia e una madre.

Ho superato le fasi più pesanti del mio percorso. Ogni giorno imparo qualcosa su me stessa. Non ho ancora risolto del tutto i problemi alimentari ma la consapevolezza di averli mi aiuta a non sprofondarci dentro di nuovo. Ho imparato a dire la verità e a parlare dei miei problemi. Ho ricominciato a fidarmi della mia famiglia e ora sono davvero un membro di essa. So ascoltare e dare sostegno, non solo chiederlo. Ho finalmente conosciuto l’Amore, quello vero. Quello che vuole dare e che riceve senza chiederlo. Che arriva per tutti, se si impara a guardarsi dentro. Ho sempre creduto fosse una frase fatta, un po’ banale, ma non è così. È il “gnozi sauton” dell’oracolo di Delfi. Conosci te stesso. È la lezione più importante che si possa imparare. E non si smette mai di farlo.

A volte bisogna saper prendere del tempo per sé, bisogna imparare a dire no. Perché vivremo con la persona che siamo tutto il tempo che ci è concesso su questa terra, e siamo noi stessi a doverci amare, a doverci salvare.

Un anno dopo.

Mi rendo conto che vivere una situazione come la mia, da fuori, non deve essere proprio un gran spettacolo.

Me ne rendo conto dagli sguardi di chi mi conosce a malapena, solitamente, che col sorriso falso e gli occhi gonfi di panico cerca un diversivo per non affrontarmi, non vedermi, non sentirmi.

Mi rendo conto che non sia per tutti affrontare una faccenda come la mia e non sentirsi davanti ad un colosso. Una mastodontica montagna che copre persino il sole, stagliando sul mio interlocutore un’ombra scura ed inquietante, che quasi sempre si traduce in tentativi disperati di fuggire dalla conversazione e sperare di non incrociarmi per un po’.

Neanche fossi Pennywise il Clown.

Il fatto è questo, non credo di essere io a far paura, ma ciò che sta dentro di me, come del resto era per Pennywise. Non è l’aspetto, la maschera gentile e buffa del clown, a fare paura ai bambini di Derry, ma ciò che vi sta dietro: loro stessi. I bambini di Derry hanno il terrore di ciò che c’è nella loro testa e Pennywise questo lo sa, perciò muta la sua forma.

Se Stephen King ci abbia regalato un saggio di psicologia sotto forma di novella del terrore lo lascio decidere a voi, io sto blaterando di cose opinabili da qualsiasi letterato con un minimo di conoscenza addizionale dell’argomento.

Forse allora sono davvero Pennywise il clown, il terrore della mia personalissima Derry. Si spiegherebbero molte cose.

Solo non pensavo fosse così dura incarnare la paura di molti, quella della morte.

Portarsi dietro la morte non è poi un così gran passatempo, a conti fatti. Chi conosce ciò che è capitato si limita a sguardi spaventati e frasette studiate ad hoc per svicolare, chi non conosce e, in un modo o nell’altro, viene a sapere si esibisce in una perfetta imitazione dell’Urlo di Munch, con mani stampate sulle guance ed espressione pietrificata inclusa. Si potrebbe dire che abbia visto più versioni de L’Urlo io che Edvard Munch stesso, che ne dipinse solo quattro.

Sto sdrammatizzando, ma lo faccio spesso in realtà, anche se non ci sarebbe proprio nulla da sdrammatizzare. È solo che, giunti oltre una certa soglia, viene automatico minimizzare, se non per te stesso, almeno per coloro che ti stanno attorno. Non è molto carino vedere la gente che ti tratta in maniera differente solo perché hai affrontato un lutto e non sa bene come comportarsi, diventa complicato per tutti.

Specialmente se sei in lutto da un anno.

Specialmente se quella che è morta è tua sorella.

Specialmente se tua sorella era molto giovane.

Diviene complicato, talvolta stupido, cercare di metterci una pezza, non parlarne o farlo il meno possibile. Mi rendo conto anche io che sia una cosa estremamente ostica non far sollevare domande scomode sul perché dei tatuaggi che ho o chi sia la ragazza bionda che campeggia insieme a me nella mia foto di copertina di Facebook.

È che, come ho già accennato, portarsi dietro la Morte non è una passeggiata. Quando sono obbligata a raccontare sento intorno a me allargarsi il campo, come se chi domanda si ritraesse nel suo guscio per non sentire il finale della storia, come i paguri. Come se non avesse mai realizzato quanto la morte sia in tutte le cose, vicine e lontane, sino a quel momento e, ora che il vaso di Pandora è stato aperto e la verità gli è piombata addosso, non volesse più saperne.

“Troppo vicino, fa troppo male, no grazie, la prossima volta mi faccio i cazzi miei.”.

Indietreggiare verso lidi più semplici di quelli in cui sguazzo io non è una scelta che ho mai biasimato, credo. Certo, può far male per molti versi, ma è un sentimento che comprendo. Puro istinto di conservazione. Non sono acque tranquille queste e non ho mai preteso che qualcuno ci rimanesse.

Quando si affronta un lutto è così, non si pretende, si accetta. Al massimo proprio si rifiuta, ma mai si obbliga. Il lutto è un momento personale e come tale va trattato, è inutile anche stare a ricamarci sopra. È semplicemente impossibile che tutti reagiscano allo stesso modo o tutti capiscano le reazioni altrui.

C’è chi si ritrova nella condizione di non voler affrontare la situazione per quella paura viscerale di avere la morte accanto a sé ed inizia ad indietreggiare. Passo dopo passo si allontana dall’epicentro del cataclisma per raggiungere l’angolo più vicino e fuggire a gambe levate. Può fare molto male accorgersene, ma non ci si può fare molto. È uno scontro di volontà che non porta a nessuna modifica di fatto.

Paura contro dolore.

Il punto è che credo che non ci sia nulla di male nel mostrare di non volere aver nulla a che fare con il piccolo mostro che sto tentando di annientare giorno dopo giorno, anzi, sono una instancabile sostenitrice dell’Alta Filosofia di Tamburì, il coniglietto di Bambi: “se non sai che cosa dire, è meglio che non dici nulla.”.

Il Saggio ha parlato.

Davvero, piuttosto il silenzio, che per quanto agghiacciante ed imbarazzante possa sembrare, rimane meglio di tutte le varie frasi di circostanza e monologhi shakespeariani sull’ingiustizia della vita. Si dovrebbe premiare più spesso l’indelicatezza del silenzio, che per quanto duro e talvolta ingestibile, è una soluzione più economica rispetto al prezzo da pagare per una frase inopportuna.

È questione anche di economia, un calcolo costi-benefici, nulla più, nulla meno.

Lo stesso discorso di tipo economico si applica da questa parte della trincea. Non sono migliore in nessun modo da chi sceglie di indietreggiare o sceglie male le proprie parole. Non sono migliore nemmeno perché ho la vita segnata da una tragedia.

Non sono migliore di nessuno, io. Non lo sono mai stata.

Il mio modo di pensare è nettamente cambiato da quando è accaduto, certamente. Non sono più io nella misura in cui nessun altro può dire di essere sé stesso dopo un evento sconvolgente come questo.

Tante volte, guardandomi allo specchio, mi fisso a fondo. Cerco di capire dove e quando ho smesso di riconoscermi nella persona che ero prima, mi sento una sconosciuta dentro al mio stesso corpo.

Ciò non vuol dire essere meglio o peggio di prima, solo doversi scoprire nuovamente, una coinquilina nuova in una casa relativamente vecchia.

Credo che il problema principale sia stato proprio questo. Non riconoscendomi io, anche coloro che mi stavano attorno hanno cominciato a domandarsi dove iniziava e finiva la mia trasformazione. Alcuni non hanno smesso di cercare, ad altri non l’ho permesso, altri ancora hanno semplicemente gettato la spugna. Ci ho pianto tanto per questo.

Ho tentato di ripristinarmi più volte, ma ho scoperto di non essere nemmeno lontanamente imparentata con un computer. Ci sono stati mesi in cui la voglia di ritornare “me stessa” superava qualsiasi altro obiettivo che mi ponevo, per poi scoprire che stavo tirando una corda che era già spezzata dall’altro lato.

È inutile continuare a sperare in qualcosa che sai già essere seppellito da febbraio. È una metafora forte, ma rende bene l’irreversibilità di ciò che un cambiamento del genere fa alla vita.

Il succo di questo sproloquio non è dimostrare chi abbia ragione o torto, chi sia più stronzo o meno. Il nocciolo sta proprio qui. Siamo tutti esseri umani che non sanno affrontare la morte meglio di quanto non sappiano affrontare la vita, non c’è da meravigliarsi se ne usciamo più o meno tutti stronzi, ma la cosa bella di questa vita ingiusta, infame e dedita al caos è il perdono verso chi ne esce più stronzo di te.

Non cambierà nulla, c’è ancora un abisso da superare ed io non ne vedo nemmeno il fondo, tuttavia io volevo solo dirvi che vi perdono, per tutto. Vi perdono per non essere stati all’altezza della situazione tanto quanto non lo sono io.

Cosa più importante ancora, io mi perdono. E dopo un anno, io direi che è una gran cosa.

La gabbia del cuore

E’ come non essere sicuri di niente, tranne di aver sempre sbagliato tutto. Sono tante piccole domande che cominciano con: “E se?”; “Ma non è che?”; “E se poi?”… domande circolari che si ripetono ininterrottamente, giorno e notte riempiendo la mente fino a farla pulsare dal dolore e farti sentire sull’orlo di un precipizio.

Sono ossessioni.

Ossessioni che si attaccano alla cosa più bella ed importante che hai e la logorano con forza e cattiveria cercando in ogni modo di portartela via. Facendoti credere con forza che tu vuoi liberartene. Ma così non è e ti senti spaccato in due. Da una parte ci sei tu che combatti contro questi pensieri, ma ti senti sempre più schiacciato perché sembra che più li colpisci più si ingigantiscono. E arrivi a fare cose assurde. Così corri in bagno entro dieci secondi. Hai solo dieci secondi altrimenti tuo nonno morirà e sarà colpa tua. Devi necessariamente, DEVI, contare le piastrelle del pavimento prima di dormire, oppure casa tua prenderà fuoco.

E’ necessario lavarsi le mani fino a renderle rigide, fino a usare oltre al sapone il disinfettante, la carta vetrata per togliere lo strato di sporco che ti impregna magari solo un dito ma che non ti lascia andare. Se non lo fai, prederai una malattia rara e mortale. Fino ad una certa età non mi sono neanche accorta di quello che facevo, del perché lo facevo. Non ero in grado di dare un nome a queste cose, erano solo mie piccole stranezze che, come erano venute, si allontanavano. Così, in realtà nessuno ci ha mai fatto troppo caso. Fino ad un anno e mezzo fa. Mi sono trovata a piangere alle due del mattino con le mani doloranti: era la cinquantesima volta che controllavo che la porta fosse chiusa. Ho annusato così tante volte il gas per essere certa che fosse chiuso che alla fine mi girava la testa per l’iperventilazione.

Eppure questo non è stato il peggio, no.

Il peggio sono stati pensieri sulla persona che amo. Pensieri che si insinuavano come coltelli nei miei sentimenti e andavano a tagliuzzare lentamente un legame che mi sembrava indissolubile costringendomi a continui controlli. “Ma cosa provo?”, “Provo amore?”, “Perché non mi sento emozionata ogni secondo quando siamo insieme?”, “E se non la amassi più?”, “E se la stessi solo prendendo in giro?”. IO NON VOGLIO CHE SIA COSì. Più controllavo, peggio era, più guardavo ogni mio pensiero, reazione o azione più cadevo nel baratro delle mie stesse ossessioni perché non può esserci amore dove c’è controllo. Non può esserci sentimento, se il cuore è chiuso in una gabbia di pensieri. E il mio cuore lottava, lottava più di ogni altra parte di me per farmi svegliare da quello stato di dormiveglia terribilmente doloroso che non mi faceva vivere. Ho perso 8 chili. In una settimana. E volevo morire. Non che fossi depressa, ma avrei fatto qualsiasi cosa, anche tagliarmi le vene, se questo fosse stato sufficiente a fermare i pensieri. A far star zitta la mente. Non mangiavo, non dormivo, avevo la costante compagnia di questo essere pesante che mi stava sulle spalle e rideva di me, erroneamente l’ho scambiato per la mia coscienza. Sapeva solo sussurrarmi: “Sei una stronza. Guarda come la fai soffrire. In realtà non la ami, non te ne frega niente. Stai solo giocando con lei.” Più cercavo di fargli vedere che non era vero, più diventava grosso, cattivo e mangiava ancora di più dal mio cuore. Non potevo parlarne con nessuno, la mia ragazza aveva pianto quando avevo rivelato questi pensieri, sperando di trovare rassicurazione, sperando che lei mi dicesse che non erano veri, avrei voluto solo questo. Sapere con assoluta certezza che tutto ciò che mi stava distruggendo non era vero.

E invece è umana, e ha pianto terrorizzata, così non le ho detto più niente. Cercavo di sfogarmi ma mi confidavo con chi non poteva capirmi e ricevevo “consigli” che mi facevano solo paura: “Forse senesi queste cose dovresti lasciarla.” Non mi sono arresa, anche se avrei tanto voluto. Non mi potevo arrendere perché era troppo importante per me. Così ho trovato qualcuno che mi capisse veramente.

Ho scoperto che si chiamava Disturbo Ossessivo Compulsivo, o OCD in breve. Ho scoperto che altri ne erano usciti, che ciò che partorisce la mente a volte è solo una gabbia per il cuore, che quello che pensavo non era necessariamente vero. Ho ripreso speranza. E’ durata una settimana. Idilliaca e bellissima sensazione di tranquillità che dopo soli sette giorni è stata sostituita dallo stesso senso di oppressione di prima. Così cercavo rassicurazione ovunque, la rassicurazione era la mia droga, la mia nuova compulsione per sopravvivere alle ossessioni che cercavano in ogni modo di distruggermi. Rassicurazioni sui miei sentimenti chieste a parenti che non potevano saperne niente, chieste a una terapeuta che, facendo bene il suo lavoro, incarnava la mia ansia costante con cattiverie che all’inizio non sopportavo. Con amici, alcuni dei quali mi hanno anche capita, su internet. Sniffavo rassicurazione al posto dell’eroina, e lentamente mi sono assuefatta e non è più bastata neanche quella e sono ricaduta nel mio sconforto, nei miei pensieri senza la libertà di dirlo a nessuno perchè nessuno ti capisce quando hai una malattia mentale. Ti dicono che è una scusa, ti dicono che basta prendere un bel respiro e passarci sopra. Non capiscono che a volte anche uscire di casa è un traguardo enorme e guardare il tramonto la sola cosa che ti fa sperare in un domani migliore. Nessuno ha idea di quello che porti dentro, del peso infinito che ti schiaccia il cuore e che ti consuma, lentamente, da dentro. Ti attacchi ai bei ricordi dei tempi che sembrano andati, piangi sulle foto di ciò che ti sembrava perfetto e nel quale ora vedi terribili difetti. Ti senti un mostro, giorno per giorno, ti dici che certe cose non le dovresti pensare. Soffri pensando che la tua amata soffre a causa tua, soffri pensando che starete insieme per sempre e soffri pensando che la potresti perdere. Semplicemente soffri ed ogni cosa bella della vita viene coperta da un velo grigio. Rincorri il tempo cercando di afferrare una briciola, desideri la felicità ma la tua mente non te la lascia consumare. Tuttavia, c’è un però. Il però è che niente, nessun dolore è mai infinito. Anche questo non lo è. Che soffriate di disturbo ossessivo compulsivo da relazione, omosessuale, di controllo, di contaminazione o che so io, ve lo giuro: non durerà per sempre. Dopo un anno e mezzo non sono guarita, ma ho ripreso quattro chili, sono tornata a sorridere e a vivere. A volte, però, i pensieri cercano di riportarmi indietro.

Fa male. Ma passerà.

“Solo uno stronzo o un idiota pretenderebbero una corsa da chi ha una gamba ingessata” – Ruminazione

“Convivere con la ruminanza è come convivere con la ruminanza è come… Oggi cosa devo fare? Se ci pensi ieri è stata una bella serata ma… Quel bastardo poteva risparmiarsi di farlo e se solo… Loro non vogliono capire, non importa quanto mi sforzi a… non è possibile che vada sempre tutto di merda, non ne… A cosa sto pensando? Di cosa dovevo parlare?”
Convivere con la ruminanza è veramente complesso. Seppur quando raccontata sembri un disturbo banale, una cosa sulla quale puoi per altro impegnarti quanto vuoi nel descriverla senza mai riuscire ad essere incisivo come vorresti, conviverci è tutt’altra cosa.
In cosa consiste la ruminanza? Questa maledetta, che mi affligge e mi rende complicato anche solo scrivere in questo preciso momento, può esser vista banalmente come un sovraccarico di pensieri. E chi non aspira ad avere un cervello perennemente attivo? Nessuno, non in questo caso almeno, perché la ruminanza (nella mia specifica casistica) si presenta come un filone di pensieri circolari, presenti in maniera costante ed instente nella testa e che vanno a sovrapporsi al di sopra di praticamente qualsiasi attività io stia compiendo (sia essa piacevole o spiacevole) durante tutto il corso della giornata.
Ogni giorno mi sveglio con il cervello impegnato già in qualche assurda conversazione con se stesso mai e, credetemi, veramente mai piacevole. Questo sottofondo di pensieri negativi agisce perennemente sulla mente, durante tutto l’arco della giornata ed si conclude solo nel momento in cui, dopo essersi rigirati a letto per la millesima volta, il cervello si spegne senza preavviso.
Fondamentalmente in me la ruminanza si presenta con 2 tematiche prevalenti, entrambe distruttive per motivi che ci tengo particolarmente a spiegare:
Nel primo caso vivo dannandomi per qualsiasi cosa andata male o non bene quanto avrei voluto, in un passato più o meno indeterminato della mia vita. Questi pensieri possono comprendere sia la frase detta poco prima a qualcuno, il modo in cui hai afferrato il bicchiere per bere, l’aver indossato per sbaglio una maglia al contrario, l’aver scelto una scuola sbagliata, il pentimento per non essersi impegnati di più su qualcosa alla quale si teneva dieci anni prima e così via… Non importano né il quando, né il quanto. Importa soltanto il costante pensiero di sconfitta che ti travolge e ti impedisce di avere una qualsiasi predisposizione propositiva a qualsiasi tipo di azione ti venga richiesta. In una situazione simile non si è in grado di vedere il futuro neanche se si parla di qualcosa a poche ore di distanza. Studiare o avere un percorso di crescita, sia per professione che per piacere, diventa un peso se non una vera e propria tortura in quanto ogni step percorso nel raggiungimento di un obbiettivo viene visto come un fallimento, perché non si ha effettivamente raggiunto l’obbiettivo in se. Il raggiungimento di tale obbiettivo poi, porta ad una gioia quanto mai effimera in quanto “Va bene che riesco a farlo, ma sai quanta gente è migliore di me? E poi c’è ancora così tanto da fare, sono solo un fallito. Se mi fossi impegnato di più prima a quest’ora sarei molto più avanti. Sono un idiota.”. Troppe volte mi ritrovo in questo loop di pensieri e non c’è modo di razionalizzare la cosa e di rendersi conto che si stanno pensando solo cazzate quando in realtà stai facendo ottimi progressi e questo va a contaminare ogni successivo tentativo di azione che risulterà sempre più pesante, deleterio e svilente.
Il secondo caso invece, quello che mi si presenta non appena anche solo una punta di rabbia si insinua nella mente, è quello del vivere costantemente dei litigi immaginari. In questa situazione mi ritrovo sempre ad avere litigi con conoscenti più o meno intimi, che si presentano istantaneamente nel momento in cui l’umore si fa rabbioso e si basano ogni volta su regole ben precise quali: la perdita perenne del confronto, l’incapacità dell’interlocutore di accettare le nostre parole malgrado ci si senta o si abbia la piena ragione, una costruzione immediata e precisa del contesto del litigio e la sensazione di ingiustizia che ti logora l’anima. Questi litigi vanno a prendere argomenti non trattati, argomenti più volte discussi, sensazioni negative del momento che vengono crocifisse o derise dai nostri sfidanti immaginari. Addirittura una volta, guardando lo spazzolino da denti, mi bastò solo un secondo per immaginarmi nello studio dentistico a chiedere, come nelle pubblicità, se ci fossero dentifrici o spazzolini da consigliarmi. La risposta del dentista fu che solo un demente poteva davvero fare una domanda simile e da lì fu colpito ogni punto debole possibile riguardante l’ingenuità di credere alle pubblicità e l’incapacità di saper gestire in autonomia una scelta banale come quella. Capite da voi che se il minimo oggetto basta a far partire questi litigi c’è un’alta possibilità che essi prevalgano su qualsiasi tipo di pensiero ci possa venir in mente durante la giornata. La cosa più devastante consiste nel fatto che non importa quanto essi siano fantasia, ricordo o possibilità, perché a prescindere frantumano l’umore come se fossero successi veramente; immaginate voi di viver realmente ogni giornata litigando con 4, 5 o 20 persone diverse, senza averne mai vinta una! La cosa più buffa è che, nel momento in cui riesco a prendere il controllo del flusso dei pensieri, la scena cambia e mi ritrovo a scusarmi e a raccontare come a voi in questo momento, cosa avviene nella mia testa all’ennesima persona inesistente.

ruminazione-mentale
Ora, sperando che degli esempi dettagliati abbiano potuto dimostrare l’evidente disagio della MIA ruminanza al di là di un banale “penso sempre” e sperando che sia riuscito a marcare prepotentemente una linea di distinzione fra quella che è un’ossessione e quelli che possono essere pensieri o malesseri normalmente ricorrenti, posso permettermi di farvi un bell’elenco puntato delle conseguenze generali e pratiche che dimostrano quanto essa mi impedisca di vivere normalmente le mie giornate:
• Concentrarsi è impossibile: è come provare ad ascoltare una persona che bisbiglia in una stanza gremita di gente urlante.
• Ascoltare musica, guardare qualsiasi cosa, leggere, giocare, suonare, disegnare, lavorare… tutto diventa pesantemente complesso e richiede enormi sforzi per essere compiuto.
• Conversare attivamente con le persone, senza perdere il filo del discorso altrui, è spesso una follia.
• Prender sonno diventa difficilissimo, soprattutto se non si tiene un elemento di distrazione attivo nella stanza.
• Mantenere un minimo di relax muscolare equivale a provare a volare: qualsiasi cosa tu possa fare, finirai solo per farti del male.
• Il cervello è costantemente sfinito, dunque sottoporlo a sforzi (anche di poco conto) può portare a grandi mal di testa e a fortissima stanchezza.
• Ad occhi chiusi, immagini e parole vagano per la mente come nei peggiori stati (se intendete il mio pensiero).
• La confusione diventa una costante.
• Provare a combattere altri disagi/problemi, diventa quasi impossibile.
• Il controllo della ruminanza è impossibile, quando parte puoi solo sperare che finisca in quanto combatterla aggrava soltanto la situazione.
• Eventi piacevoli e non risultano blandi, in quanto vissuti sempre con la testa da chissà quale parte.
• La capacità di memorizzare e ricordare si riduce ai minimi termini.
• I pensieri sono costantemente circolari. Si traducono in: pensiero negativo – affronto del pensiero – conseguenze negative del pensiero – presa di coscienza su possibili azioni che lo contrastino – tentativo di contrasto fallito – demoralizzazione – pensiero negativo – e così via.
Nel mio caso stiamo parlando di una ruminanza veramente tosta e in attivo da anni, che può esser sconfitta solo tramite l’aiuto farmacologico. Una semplice terapia psicologica non riesce a funzionare laddove non si hanno le facoltà mentali sufficienti per potervici ragionare e lavorare.
Spesso si viene marchiati come idioti, pigri, svogliati o falliti quando all’atto pratico situazioni come questa ti indispongono anche alla più semplice delle azioni, rendendoti incapace di gestire correttamente le giornate. Questo mio racconto è stato reso possibile solo dal lavoro titanico di terapia che ho svolto negli ultimi mesi e che mi ha reso conscio di quanto fossero fuori posto certi miei processi mentali considerati normali, abiutali o giustificati per moltissimi anni!
Spero tramite esso di poter “donare” una presa di coscienza ai più sfortunati (le autodiagnosi però non servono, se avete seri dubbi contattate assolutamente uno specialista), in quanto prima si agisce e prima si riesce a circoscrivere la cosa. Inoltre, spero che chiunque non si trovi in questa situazione possa riflettere e comprendere come sia controproducente pretendere da una persona che non può dare.
Del resto, solo uno stronzo o un idiota pretenderebbero una corsa da chi ha una gamba ingessata.

Le voci

Sono sempre stata una bambina molto timida, taciturna. Ricordo che mentre ero a casa da scuola, nel weekend, mi mettevo sempre a colorare o a disegnare in qualche stanza da sola. Tante volte mamma mi veniva a controllare perché c’era talmente tanto silenzio attorno a me che sembrava quasi che io non ci fossi. Non amavo “l’affetto”, se mi veniva chiesto un bacio ero sempre la prima a porgere la guancia ma mai a darlo di mia spontanea volontà. Un anno, mi sembra il 2001, decidemmo di partire per il mare. Ho pochi ricordi di quel viaggio perché purtroppo è stato quello che ha segnato l’inizio di un percorso incredibile. Ero in piscina con mamma e mia sorella. Ad un certo punto comincio a sentire dentro di me delle voci. Qualcuno mi stava cercando di dire qualcosa ma io non capivo. Qualcuno mi stava dicendo “tu devi morire”. Mi avvicino a mamma spaventata e le dico “mamma, qualcuno mi sta dicendo che devo fare una cosa brutta. Questa cosa inizia con la U.” Mamma sorride e comincia a elencare tutte le parole con la lettera U.
“Urlare”?
“No mamma, uccidermi.”
Spaventata lei comincia a dirmi che nessuno poteva dirmi qualcosa nella mia mente se non io. Quindi usciamo dall’acqua e quella vacanza me la ricordo davvero come la più brutta della mia vita. La situazione, una volta tornata a Vigevano, degeneró. Una bambina di 8 anni voleva provare davvero che cosa significasse la parola “uccidersi”. La notte non dormivo più. Il cibo non mi piaceva come prima. A scuola era un trauma. Non volevo andarci. Perché tanto, prima o poi, tutti dobbiamo morire. Perché vivere?
A casa erano spariti tutti i coltelli, tutti gli oggetti più pericolosi. Iniziai un iter di almeno due anni da una psicologa. Uscivo prima da scuola, andavo dal fruttivendolo con mamma a comprarmi un frutto e poi, lì. In quello studio. Dove attraverso disegni e racconti ho tirato fuori quello che dentro di me stava nascendo. “La paura di morire ma la voglia di provarla”.
Disegnavo spesso, soprattutto la mia famiglia. Ho pochi ricordi di quei disegni. Ricordo che disegnavo spesso “me” più piccola degli altri. Disegnavo questa “voce”, ovunque. Lei non mi abbandonava mai.
Provavo a risponderle, a dirle di lasciarmi stare. Ma lei era più forte di me.
L’odore di quel posto non me lo scorderò mai. Avevo solo 9 anni ma addosso me ne sentivo già 20.

Credimi. Non ricordo esattamente come ne sia uscita. Ricordo solo che piano piano la voglia di andare in quello studio, dopo due anni, cominció a non esserci più. Ho cominciato a lavorare molto da sola su me stessa, attraverso lo sport e le mie passioni. Ho riassaporato il cibo e il sonno. Ho guardato negli occhi i miei genitori e il dispiacere che gli ho creato in quegli anni è stato incredibile. Perché a 9 anni non meriti di pensare quelle cose. Non meriti di avere voglia di provare cosa significhi morire. Non meriti di avere allo stesso tempo paura che qualcuno possa farti del male.

Il suicidio è un argomento tosto, che fa riflettere ma che, sotto tanti punti di vista, adesso non apprezzo, non capisco ma che so cosa significa provare (in parte ovviamente) tutto ciò che c’è prima e cosa accade dentro di te. Adesso ho quasi 25 anni e quel ricordo fa male, ovviamente. Mi ha lasciato segni indelebili: la paura delle cose brutte, la paura di non riuscire ad essere amata, la paura di non essere abbastanza, la paura di non essere capita.
Però sono io. Con i miei pregi e i miei difetti. Ho la testa dura, ho due palle quadrate, ho voglia di raggiungere i miei obiettivi. Sono diventata una donna e forse, se sono quella che sono, è grazie a tutto questo.

No future.

“Se Johnny Rotten è la voce del punk, Sid Vicious ne è l’atteggiamento”, così definiva Malcom McClaren il simbolo della generazione Sex Pistols.

Prima della fama, della violenza, della droga , c’è John Simon Ritchie, un ragazzo nato il 10 marzo 1957 nei sobborghi di Londra e cresciuto di periferia in periferia osservando la madre, Anne, tossicodipendente, saltare da un lavoro all’altro e disinteressarsi di qualsiasi aspetto della sua vita, incluso suo figlio. I testimoni della vita familiare di Sid e sua madre hanno definito la situazione come “un enorme buco nero”: Anne ha perso ogni contatto con la realtà per via di tutti gli oppiacei e le metanfetamine che assume quotidianamente, lasciando John in balia di sé stesso e senza alcun punto di riferimento. Al liceo confessa più volte al consigliere scolastico di avere pensieri suicidi e vengono interpellati sia la madre che il dirigente scolastico per arginare il problema. Anne non si presenterà mai ai colloqui ed in seguito dichiarerà di non sapere nemmeno dove fosse il liceo del figlio.

Negli anni del liceo, John incontra John Lydon. Sarà l’inizio di una storia dai risvolti incerti che vedrà coinvolti gli Alter Ego dei protagonisti: John Lydon prenderà il nome di Johnny Rotten e formerà insieme a Paul Cook, Steve Jones e Glen Matlock i Sex Pistols, mentre a John viene appioppato dallo stesso Lydon il nome di Sid Vicious (si dirà in seguito che Lydon scelse quel nome per via del criceto che John possedeva, Sid, e che un giorno lo morse a tal punto da definirlo malvagio, “vicious”) e militerà nella scena punk rock londinese in varie band dopo essere stato cacciato di casa dalla madre, che pronuncia le parole: “It’s either you or me, and it’s not going to be me. I have got to try to preserve myself and you just fuck off.”(O tu, o io, e non sarò io. Io devo cercare di proteggermi e tu puoi andartene affanculo).

Nonostante le sue vicissitudini, Sid ha un carattere curioso ed eccentrico, ascolta ininterrottamente qualsiasi genere di musica. È fan di David Bowie e degli ABBA, si dedica a molte letture, talvolta contemporaneamente. Johnny Rotten, anni dopo, lo definirà come “too clever for this world”, troppo intelligente per questo mondo.

Senza un soldo né un posto dove stare, Sid comincia ad elemosinare suonando per strada con Jhonny e frequentare la scena underground e, vagabondando per Londra, spesso si ritrova al piccolo negozio di Malcom McClaren e Vivienne Westwood, SEX, dove incontra Chrissie Hynde, una giovane commessa e musicista, che lo seduce e tenta di incastrarlo in un matrimonio di convenienza per ottenere un permesso di soggiorno stabile. Per qualche tempo non si farà vivo al SEX, ma sarà sempre tenuto d’occhio da Malcom, che vede in lui un simbolo di un’intera generazione di ragazzi arrabbiati e traviati dal sistema.

Sid, già accusato di aggressione ai danni di musicisti, giornalisti e spettatori dei suoi concerti, comincia a dare i primi segni di vero squilibrio quando i membri della band “The Damned”, in cerca di un cantante, lo considerano come candidato insieme a Dave Vanian. L’audizione ha luogo, ma Sid non si fa vedere. Nei giorni seguenti dirà che gli stessi The Damned, complici di Vanian, avrebbero falsificato data e ora del provino per gelosia, favorendo il loro amico.

Vicious coverà rancore per l’accaduto sino al 100 Club Punk Special, un festival di due giorni a cui partecipa come batterista dei Flowers Of Romance. All’evento partecipano anche i The Damned con Vanian per la prima volta alla voce. La rabbia di Sid, mescolata ad una pesante dose di metanfetamine, si scatena durante il loro concerto e scaglia un bicchiere contro Vanian, mancandolo. Il bicchiere, frantumandosi contro una colonna, ferisce gravemente all’occhio una spettatrice, accecandola parzialmente. Gonfio di odio, Sid si scaglia sulla folla facedo roteare sopra la testa una catena da motocicletta per poi fuggire dal locale ed essere arrestato il giorno successivo, sconterà del tempo in un penitenziario in compagnia di un libro su Charles Manson.

Portato ormai allo sbando dal massiccio uso di droghe e dal suo stesso carattere autodistruttivo, viene convinto da Malcom McClaren ad entrare nei Sex Pistols come bassista dopo l’abbandono di Glen Matlock. Non ha la minima idea di come si suoni un basso, ma è un vero e proprio emblema del punk: veloce, furioso, senza controllo.

I testi di Vicious destano uno scalpore orrorifico nel pubblico, non risparmiando nulla e nessuno, istigando al suicidio o provocando apertamente, come nell’unico pezzo composto interamente da lui, “Belsen was a gas”. È una canzone col preciso intento di colpire la generazione precedente, quella che ha vissuto gli orrori della Seconda Guerra Mondiale, dei campi di concentramento e subìto la propaganda nazista. Era difatti un tema ricorrente nei film propagandistici il campo di sterminio di Bergen-Belsen, esempio di grande disciplina ed organizzazione. L’uso di “was a gas” nella canzone non si riferisce alle camere a gas, ma allo slang inglese deltempo di Sid, dove il termine veniva utilizzato per definire qualcosa di grandioso. Per aumentare l’effetto degradante sulla generazione da lui considerata la vera responsabile della corruzione del Pase indossa spesso una maglietta con su una svastica.

La sua entrata nei Pistols nel 1977 coincide con l’arrivo di Nancy Spungen, una groupie statunitense dagnosticata con schizofrenia e bandita dal suo college per spaccio e furto. Nancy comincia a seguire vari gruppi in giro per l’America e fare uso di eroina, alla quale introdurrà anche Sid, già dipendente da Meth ed oppiacei. La conflittualità del rapporto è già evidente nei primi mesi di frequentazione, la violenza e le continue lotte tra i due trascinano Sid sempre più in basso, a tal punto che, nell’autunno del 1977, si presenta ad un concerto con la maglietta completamente zuppa di sangue, in balìa degli effetti di una dose di eroina mista ad alcool: si esibirà a petto nudo, sul quale egli stesso ha inciso con una lametta “gimme a fix”, datemi una sitemata.

Gli show durante il tour nel gennaio del 1978 vengono progressivamente cancellati, riducendoli ad appena due settimane, dove Vicious non mancherà di provocare scompiglio quasi immediatamente a San Antonio, colpendo in testa uno spettatore col basso.

Le tensioni all’interno della band si fanno sempre più intense, Malcom McClaren viene accusato da Johnny Rotten di aver “spezzato l’intento che ha reso i Sex Pistols grandi”, mentre Sid Vicious ed i suoi problemi con la droga rendono la vita di tutti un inferno. La band si scioglie definitivamente dopo l’ultimo concerto a San Francisco, nello stesso anno.

La strada verso la completa autodistruzione è spianata. Nancy assume il ruolo di “manager” della vita professionale del compagno mentre lui registra tre Cover per la soundtrack di “Quei bravi ragazzi”. Esce l’iconica “My Way”, provocatoria versione del classico di Sinatra.

Nell’ottobre del medesimo anno, Nancy Spungen è trovata morta nella camera d’albergo dove lei e Sid alloggiavano. La ferita è una, ma molto profonda, il coltello ancora insanguinato è nella stanza con le impronte del compagno sul manico. Le accuse ricadono tutte su di lui.

È l’abbattimento del muro portante he regge la sua martoriata psiche. Vicious, in stato di semi incoscienza, non realizza nemmeno come Nancy possa essere morta. Le versioni che rilascia sono molte e sconclusionate, ma il dolore che prova è autentico. Prova a togliersi la vita tagliandosi i polsi con i cocci di una lampadina, una volta ricoverato tenta di gettarsi dalla finestra urlando di voler tornare dalla sua Nancy. Nell’ultima intervista rilasciata appena dopo il processo, Vicious, dallo sguardo vacuo e distaccato, alla domanda “dove vorresti essere in questo momento?” risponde “sottoterra.”, dichiarando anche che la morte della sua compagna fosse destino che accadesse.

Appena dopo questa serie di dichiarazioni, Sid finisce nuovamente in carcere per 55 giorni dopo aver aggredito Todd Smith, il fratello di Patty Smith. La cauzione viene pagata da Malcom McClaren facendo una colletta tra tutti i conoscenti e gli amici.

Il 2 febbraio 1979, per celebrare l’uscita di prigione dell’amico, Jerry Only (Misfits) edun gruppo non troppo folto di altri conoscenti organizza una festa. Vicious è nel programma di disintossicazione dello Stato ed è sotto metadone, ma a quella festa muore di overdose da eroina fornitagli direttamente dalla madre.

I funerali si svolgono in maniera privata e Sid Vicious viene cremato. In una nota trovata nella giacca di pelle, la madre troverà un biglietto su cui Sid aveva scritto: “avevamo un patto, devo mantenere la mia metà. Seppellitemi accanto al mio amore con il mio chiodo di pelle, i miei jeans e gli anfibi”.

Nonostante il tentativo di esaudire il desiderio del figlio, i genitori di Nancy rifiutano categoricamente la richiesta di Anne. La leggenda vuole che lei abbia ugualmente asperso le ceneri di Sid sulla tomba della sua amata Nancy.

Sul caso dell’omicidio di Nancy Spungen non è stata mai fatta chiarezza.

Ho scelto questa storia per il suo intricato fascino e la sua prevedibile conclusione perchè non è assolutamente vero che le storie di rockstar sono sempre e solo di personaggi goffi malcelati dietro ad uno slogan, hanno storni e filere di sfaccettature inespresse. Dietro Sid Vicious c’era molto di più dell’autodistruzione, c’era un “ragazzo senza passato”, come disse il suo amico Jah Wobble. Un bimbo sperduto, come Peter Pan, ma con il punk rock.